DESIDERIO E IDENTIFICAZIONE by giancarlopastore

DINAMICHE DELL’AFFETTIVITA’ NEL GRUPPO

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DESIDERIO E IDENTIFICAZIONE

È da tenere in giusto conto il ruolo dell’affettività. I rapporti tra le persone, lo si voglia o no, sono regolati dall’affettività. Per affettività si intende qualcosa che interessa le sfere profonde dell’essere. Secondo il pensiero freudiano vi sono due dinamiche simmetriche che regolano l’affettività. Nelle relazioni dobbiamo fare i conti con il desiderio e l’identificazione. L’identificazione è il meccanismo psicologico che ci induce ad amare chi è come noi vorremmo essere.

Ne scaturisce l’identità di farci credere di essere la persona che ci piace.

 Il desiderio è orientato al possesso di ciò che si ama, mentre nell’identificazione vogliamo essere la persona diletta.

Nel desiderio vogliamo avere la persona amata.

L’individuo nella funzione di leader diventa oggetto di desiderio e identificazione.

Tra gli elementi che uniscono i membri di un gruppo c’è anche la comune affezione per il capo.

 La psicoanalisi circa l’affettività della collettività, ha posto l’accento sulla bivalenza dei sentimenti, cioè sul fatto che la stessa persona, capo gerarchico o carismatico può essere vissuto come buono o cattivo.

Questa situazione può essere la ripetizione di una bivalenza vissuta dal bimbo nei confronti della madre.

Il bambino sviluppa per la madre sentimenti di amore per le cure che ella prodiga e contemporaneamente odio per la privazione di queste cure in cui si viene a trovare.

Le stesse braccia che lo cullano amorevolmente lo abbandonano poi nella culla da solo.

Lo studioso D.Anzieu ha postulato una correlazione e un parallelismo tra il gruppo e il sogno, nel senso che, nello stesso modo in cui nel sogno soddisfiamo i nostri desideri rimasti inappagati nella vita quotidiana, così trasferiamo nel gruppo insoddisfazioni del vivere.

Il gruppo diventa un momento di compensazione di carenze vissute nel quotidiano vivere.

Un esempio di ciò lo troviamo nella costituzione di club o associazioni.

I capi di questi collettivi a volte sono persone che hanno potere nella loro professione di leader del raggruppamento.

Spesso, nella realtà lavorativa quotidiana non hanno avuto la possibilità di realizzarsi secondo le loro aspirazioni (meccanismo compensatorio).

FORMAZIONE DEL CAPRO ESPIATORIO.

 Un meccanismo molto importante che agisce all’interno dei gruppi è quello della formazione del capro espiatorio.

Il capro espiatorio ha una funzione di equilibrio molto delicata, che spesso mantiene come un collante i legami del gruppo.

Ciò che porta a questa dinamica è la coalizione di alcune persone nei confronti di un singolo individuo che diventa suo malgrado lo schermo sul quale vengono proiettate e scaricate tutte le aggressività, tutti i dissapori e i rancori presenti nel gruppo. Il capro espiatorio designato, a questo punto, ha poche possibilità di sottrarsi al proprio ruolo poiché egli è funzionale alla sopravvivenza del gruppo stesso. Il capro espiatorio diventa il “contenitore ecologico” delle tensioni. I conflitti latenti all’interno di un gruppo possono essere allontanati grazie al capro espiatorio. In pratica, una volta che il capro espiatorio è stato individuato, i componenti del gruppo metteranno in atto una serie di comportamenti contro di lui e continueranno a mantenerli perché è utile e vitale per la loro unità. Possiamo riconoscere due modalità di creazione del capro espiatorio

Capro espiatorio interno al gruppo. Nelle dinamiche patologiche che rovinano l’armonia di un gruppo e lo inducono a designare un capro espiatorio si possono identificare tre fasi. Prima fase: nel gruppo nascono le prime tensioni tuttavia il senso di unità resiste finché le forme di aggressività tra i membri non vengono manifestate. Seconda fase: comincia a crearsi una sorta di frattura invisibile. Le tensioni cominciano a non essere più governate, le prime forme di aggressività si manifestano. La manifestazione dell’aggressività è convogliata su una sola persona sulla quale vengono fatte ricadere tutte le responsabilità. Terza fase: la vittima è stata designata, al malcapitato non restano che due alternative. La prima è rifiutare il tipo di relazione cui è stato sottoposto e uscire dal gruppo. Il gruppo a questo punto entrerà in crisi perché non ha più l’elemento di coesione. L’altra possibilità per il designato è di accettare le regole del gioco. Questa soluzione è di fatto patologica perché l’equilibrio che ne deriva è comunque precario. Il relatore dovrà ristabilire un armonia più sana e ecologica proponendo soluzioni che tengano conto dei bisogni e dei valori dei componenti del sistema gruppo.

Capro espiatorio esterno al gruppo o nemico esterno. Nella dinamica del capro espiatorio esterno al gruppo la persona designata è esterna al gruppo stesso. Nell’ambito della realtà lavorativa se la concorrenza ha avuto più successo l’orgoglio professionale è ferito e diventa necessario correre ai ripari unendo le risorse e le capacità per recuperare la credibilità persa. Il gruppo si riconosce come unità avente lo stesso obiettivo da raggiungere. Si scordano i vecchi dissapori e nasce una nuova solidarietà, una nuova forza produttiva. Qualsiasi dissenso interno viene attribuito al capro espiatorio esterno, se qualcosa non funziona non è colpa del gruppo, che si sente unito, ma del nemico esterno che crea ostacoli e difficoltà, magari lavorando con scarsa etica professionale. Sul breve periodo questa dinamica è sicuramente produttiva. Una volta raggiunta la vittoria, però, si perde il punto di unione e di riferimento collettivo. A questo punto o si trova un altro nemico esterno o l’aggressività si ritorce ancora sul gruppo e porta alla formazione del capro espiatorio interno. Una volta di più ci rendiamo conto di come possa essere precaria la gestione di un gruppo di persone che si basa e va leva sulla dinamica del capro espiatorio e come la dipendenza da questo meccanismo sia deleteria.

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